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Numero 527
del 14/07/2013
Il Vaticano II e il rapporto Chiesa-mondo PDF Stampa E-mail
! di Gianteo Bordero
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giovedì 11 ottobre 2012

Se si volesse descrivere in due righe la parabola del Concilio Vaticano II, la sua ascesa e il suo declino, si potrebbe citare da un lato il discorso di apertura di Giovanni XXIII, dall’altro le parole pronunciate qualche anno più tardi da Paolo VI durante un’omelia. «Il Concilio che inizia sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendidissima», diceva Papa Roncalli 50 anni or sono, l’11 ottobre 1962, inaugurando solennemente i lavori conciliari. «Ho la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza», affermava Papa Montini dieci anni dopo, il 29 giugno 1972. Un contrasto fin troppo evidente tra l’ottimismo di Giovanni XXIII e il pessimismo di Paolo VI, tra l’entusiasmo del primo e la delusione del secondo, tra premesse e svolgimento, tra inizio e fine.

Qualcosa insomma era accaduto, se Giovanni Battista Montini, eletto Papa il 21 giugno del 1963 proprio per proseguire sulla strada conciliare inaugurata dal suo predecessore, non più di un lustro dopo la conclusione dell’assise ne avrebbe dato un giudizio così cupo. Si potrebbe dire, per spiegare tutto ciò, che i primi frutti del tanto auspicato «aggiornamento» non corrispondevano alle attese, che al posto di un nuovo slancio della fede si assisteva ad un suo indebolimento, che in luogo dell’invocata primavera si percepivano i segnali dell’arrivo di un gelido inverno. Ma forse, per comprendere un po’ più in profondità le ragioni del contrasto tra le parole di Giovanni XXIII e quelle di Paolo VI, occorre risalire alle stesse premesse del Concilio, e vedere se per caso il problema non si annidi proprio alla radice dell’evento. E allora torniamo al discorso inaugurale di Papa Roncalli: «Il nostro lavoro - affermava - non consiste, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica». Occorre invece - proseguiva Giovanni XXIII - «che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate».

Non un Concilio dottrinale, dunque, ma un Concilio cosiddetto «pastorale». Non la definizione dogmatica, ma la ricerca di nuove modalità per proclamare la buona novella nel mondo e di fronte al mondo. E così, di conseguenza, il problema centrale attorno al quale ruota tutto il Vaticano II e dal quale dipenderanno poi i suoi sviluppi diventa proprio il rapporto della Chiesa col mondo, e quindi il giudizio della Chiesa sul mondo. Concretamente e contestualizzando: il rapporto della Chiesa con la modernità e il giudizio della Chiesa sulla modernità. Si trattava, per molti, di superare la condanna espressa dal Sillabo di Pio IX e dal Concilio Vaticano I nella Costituzione dogmatica Dei Filius, e di «aprirsi» a un mondo moderno ora ritenuto non ostile per principio al cristianesimo e alla Chiesa. Tanto che lo stesso Giovanni XXIII, nel già citato discorso dell’11 ottobre 1962, biasimava i «profeti di sventura» che «annunziano sempre il peggio», mentre «nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza». A che cosa era dovuto tanto ottimismo? Al fatto che, a giudizio di Papa Roncalli, erano stati «eliminati quegli innumerevoli impedimenti con cui un tempo i figli del secolo erano soliti ostacolare la libera azione della Chiesa».

La storia dimostra che le cose – per usare un eufemismo – non stavano propriamente così, e che da una valutazione superficiale e poco profetica della situazione del mondo d’allora è venuta quell’oscurità di cui drammaticamente avrebbe parlato Paolo VI. Non soltanto, infatti, in quegli anni continuava in tante parti del pianeta la persecuzione di milioni di cristiani, ma le ideologie comuniste e radicali corrodevano dall’interno lo stesso tessuto della cristianità, con tutte le conseguenze negative del caso. Fu proprio da questo errore di giudizio che nacquero tante incomprensioni, tante false attese, tanti equivoci, tante lacerazioni. Perché la fede è altro dall’ideologia, è il suo contrario, ne è l’antidoto. E la vera «apertura» al mondo, per la Chiesa, non è assumerne i criteri per ottenere il plauso generale (il Concilio fu anche e forse soprattutto un evento mediatico), ma è continuare a testimoniare la sua alterità rispetto ad esso.




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