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Numero 527
del 14/07/2013
In difesa dei diritti delle bambine PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
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giovedì 11 ottobre 2012

È di pochi giorni or sono la notizia che a settembre nel Beluchistan, la più grande delle province del Pakistan, 13 bambine di età compresa tra i quattro e i 16 anni sono state consegnate da un clan a un altro (insieme all’equivalente di circa 30.000 dollari in rupie, la valuta locale) a titolo di risarcimento per averne ucciso il capo. Si intende che le bambine vengano sposate da membri del clan leso. La decisione è stata presa dai saggi della tribù alla quale i due clan appartengono in conformità con una tradizione diffusa nei territori tribali pakistani che prevede appunto la cessione di donne anche minorenni per risolvere dispute tra famiglie ed evitare faide e scontri cruenti.

La novità è che per una volta il governo pakistano, grazie soprattutto alla pressione dei mass media, ha pensato bene di intervenire aprendo un’inchiesta e convocando un parlamentare membro di uno dei due clan per accertare i fatti. Non è detto che questo valga a salvare le bambine dal matrimonio precoce cui sono destinate (e che forse è già stato celebrato nel frattempo), ma nel contesto dato l’iniziativa del governo può essere considerata un passo avanti rispetto alla generale tolleranza nei confronti delle istituzioni tradizionali anche quando violano i diritti umani fondamentali.

Tuttavia vi è da considerare che a suscitare scalpore in molti ambienti può essere non tanto il matrimonio di un minore in sé quanto il fatto di voler risarcire un danno offrendo in compenso una persona, addirittura una bambina. Ogni anno infatti in Pakistan e nel resto del continente asiatico, così come in Africa d’altra parte, si stipulano centinaia di migliaia di matrimoni tra uomini adulti, anche anziani, e spose bambine o appena adolescenti: e la pratica non sembra destinata a scomparire, al contrario.

Secondo dati raccolti dalle Nazioni Unite le spose bambine – quasi tutte di età tra gli otto e i 14 anni – sono attualmente 60 milioni e nei prossimi dieci anni si stima che altri 100 milioni di donne minorenni saranno costrette a sposarsi. Altre ricerche indicano i paesi in cui l’istituzione del matrimonio precoce è più diffusa: in testa da anni si trova il Niger, dove il 76% delle donne sposate ha meno di 18 anni, seguito da Chad, Bangladesh, Mali, Guinea Conakry, Repubblica Centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda e Burkina Faso. In molti stati – anche tra quelli in cui l’istituzione è più diffusa – i matrimoni di minori sono vietati dalla legge, ma sono ritenuti legittimi da una parte della popolazione fedele alle istituzioni tradizionali e che conta per l’impunità sull’assenza da parte delle autorità di una reale volontà di contrastarle, così come succede con gli omicidi d’onore, il prezzo della sposa, la dote o le mutilazioni genitali femminili.

In altri è la legge stessa ad ammetterli, come in Iran dove nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista, l’età minima per il matrimonio di una donna è stata portata da 16 a nove anni (gli ayatollah hanno introdotto inoltre anche il matrimonio temporaneo, prima assente, che autorizza la stipulazione di contratti a tempo determinato). A peggiorare le cose si aggiunge il fatto che spesso le bambine vengono maritate dai genitori a uomini che non conoscono e che addirittura vedono per la prima volta il giorno in cui sono loro consegnate. Inoltre il divario d’età rispetto al marito tende a essere elevato: è normale che si tratti di decine di anni. Molte bambine, quindi, si trovano sposate non soltanto a degli estranei, ma a degli uomini vecchi, persino più anziani del padre.

È per contribuire alla lotta contro i matrimoni infantili e contro le altre istituzioni che violano i diritti fondamentali delle bambine che le Nazioni Unite hanno deciso di proclamare da quest’anno l’11 ottobre Giornata internazionale delle bambine. L’obiettivo, come nel caso di tutte le giornate celebrative istituite dal Palazzo di Vetro, è mobilitare istituzioni pubbliche e private a livello planetario in campagne di sensibilizzazione: «sarà un momento storico – auspica alla vigilia dell’evento la liberiana Leymah Gbowee, Premio Nobel per la Pace 2011 – per portare alla luce le situazioni che vivono le bambine nel mondo e dare modo ai media, alle istituzioni, ai governi di pensare».




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