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Numero 502
del 27/11/2012
Il frutto proibito della Primavera araba PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
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sabato 24 novembre 2012

L’11 febbraio 2011 cadeva in Egitto il regime del presidente Hosni Mubarak. Più che le manifestazioni popolari in piazza Tahrir, al Cairo, dove per settimane si erano fronteggiate masse di sostenitori e contestatori del regime, a determinare la fine della dittatura durata 30 anni era stato, come si ricorderà, l’esercito.

Il Consiglio supremo delle forze armate aveva poi sciolto il parlamento, sospeso la costituzione e guidato il paese fino alla fine del lungo processo elettorale conclusosi con l’affermazione dei Fratelli Musulmani che hanno conquistato la maggioranza parlamentare con il loro partito, Libertà e Giustizia, e la carica di capo dello stato con il loro candidato, Mohamed Morsi. Pur nell’entusiasmo generale per la cosiddetta Primavera araba che sfidava i regimi autoritari in Africa del Nord e in Medio Oriente, qualche voce si era levata allora per dire che parlare di rivoluzione era prematuro, che si doveva aspettare per vedere che cosa realmente avrebbe voluto il popolo egiziano e che cosa, a prescindere dalla sua volontà, sarebbe riuscito a ottenere in termini di democrazia, libertà e diritti: non solo pensando alla forza allora intatta dell’esercito, ma anche e più ancora all’influenza dei Fratelli Musulmani e degli altri movimenti islamisti fino a quel momento tenuti a bada da Mubarak.

Forse neanche la più pessimistica delle analisi era arrivata a prevedere il colpo di mano con cui il 22 novembre il presidente Morsi ha adottato una serie di modifiche costituzionali che ampliano i suoi poteri attribuendogli il controllo del potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Il «nuovo faraone», come è stato soprannominato dagli egiziani riunitisi in piazza Tahrir per protestare, d’ora in poi non è soggetto a restrizioni, le sue decisioni diventeranno legge, esecutive senza possibilità d’appello, senza dover ricevere l’approvazione del parlamento né potranno essere modificate da nessuna autorità giudiziaria.

Inoltre Morsi ha disposto che il procuratore generale venga nominato ogni quattro anni dal presidente dopo di che ha licenziato il procuratore in carica, Abdel Meguid Mahmoud, e ha immediatamente fatto uso dei suoi nuovi poteri nominando al posto Talaat Ibrahim Mohamed Abdoullah, ex vicepresidente della Corte costituzionale, vicino ai Fratelli Musulmani. Tra gli altri provvedimenti figura anche un decreto che protegge il dissolto Consiglio della Shura (camera alta) dal vizio di incostituzionalità e pone sotto l’autorità del capo dello stato il potere di sciogliere l’Assemblea costituente, incaricata di scrivere la nuova costituzione, e sulla cui validità avrebbe dovuto invece pronunciarsi la Corte suprema dopo che l’organismo era stato sospeso a pochi giorni dall’inizio dei lavori in considerazione della marcata prevalenza di componenti islamisti e della mancanza di rappresentanti di alcune categorie sociali.

Morsi ha anche deciso di prorogare di due mesi i termini per la stesura della nuova costituzione che poi dovrà essere confermata da un referendum.  «L’Egitto è in grave pericolo» ammonisce padre Greiche, capo ufficio stampa della Chiesa cattolica in Egitto, intervistato dall’agenzia di stampa AsiaNews. D’altra parte il fatto stesso che le elezioni presidenziali siano state indette prima che fosse redatta e approvata la nuova costituzione ha fatto sì che il presidente abbia assunto la carica senza che i suoi poteri e i suoi compiti fossero stabiliti. Ora lo sono almeno finché l’attesa costituzione non entrerà in vigore. Il referendum in pratica diventa l’unica possibilità per gli egiziani di esprimere il loro dissenso votando «no». Ma – come ha spiegato padre Rafic Greiche – il 40% della popolazione è povera e vive in aree rurali dove gli islamisti raccolgono la maggioranza dei consensi perché comprano i voti dando in cambio sacchi di grano, carne e riso».

Altre preoccupazioni derivano dall’intenzione degli estremisti islamici di ottenere la modifica dell’articolo 2 secondo il quale la principale fonte del diritto egiziano sono i principi della legge islamica. La richiesta è di sostituire i principi con le leggi della sharia. Grave sarebbe anche l’eventuale modifica dell’articolo 3, sempre su richiesta degli islamisti, per attribuire la sovranità in Egitto non più al popolo come sancisce l’articolo, ma ad Allah.




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