freccia_long
Numero 531
del 05/09/2013
Stati Uniti a rischio default PDF Stampa E-mail
! di L.R.
@ragionpolitica.it
  
mercoledì 16 gennaio 2013

Mentre l’Italia si concentra sulla campagna elettorale, dagli Stati Uniti arrivano parole che minacciano una nuova recrudescenza della crisi e la conseguente ondata di panico. Parole che arrivano dalla voce più autorevole, quella del presidente Obama che a giorni, il 21 gennaio, inaugurerà il suo secondo mandato presidenziale. La miccia è la questione del tetto del debito pubblico americano, già innalzato durante i primi giorni di agosto del 2011 per evitare il default degli Stati Uniti. Obama ha, infatti, chiesto al Congresso di autorizzare un ulteriore innalzamento del tetto per scongiurare il rischio di fallimento, anche perché il limite di indebitamento è stato tecnicamente già superato alla fine dello scorso anno.

Il rischio, concreto, è il default degli Stati Uniti a metà febbraio. Gravissime sarebbero le conseguenze per l’economia mondiale. Con questo scenario il presidente democratico ha direttamente risposto agli avvertimenti dei repubblicani che negli scorsi giorni hanno minacciato di opporsi all'innalzamento del tetto del debito se non saranno accettati e confermati i radicali tagli alla spesa da loro proposti. Una posizione ribadita con chiarezza a pochi minuti dalle dichiarazioni di Obama dallo speaker della Camera, John Boehner: «Per ogni dollaro di innalzamento del debito, ci deve essere un dollaro di tagli alla spesa. Il popolo americano non sostiene un innalzamento del debito senza che allo stesso tempo sia ridotta la spesa pubblica”. Sui giornali italiani questa notizia ha avuto scarso rilievo, nascosta persino dalle proteste degli edicolanti contro le liberalizzazioni, e il mondo politico ha reagito con freddezza.

Se da una parte è evidente che il botta e risposta tra democratici e repubblicani sia parte delle dinamiche politiche di Washington e che le minacce di entrambi gli schieramenti siano uno strumento di pressione, dall’altra il tema del rapporto tra debito e riduzione della spesa è all’ordine del giorno anche al di qua dell’Atlantico. Salvo poi tornare sui suoi passi dall’avvio di campagna elettorale, il premier Mario Monti è stato infatti il primo sostenitore della linea Merkel che ha ispirato la politica europea degli ultimi due anni, improntata alla riduzione del debito attraverso l’esclusiva leva dei tagli (e delle tasse).

Il risultato è che in Italia il debito pubblico ha toccato a novembre un nuovo record con 2.020,7 miliardi di euro, 6 miliardi in più rispetto al mese precedente (anche se gli esperti di Bankitalia dicono che a dicembre dovrebbe ridursi), a fronte dell’aumento delle entrate fiscali. Negli Stati Uniti, invece, la storica decisione di aumentare il tetto del debito ha portato a una certa ripresa del tessuto economico e alla realizzazione delle misure per il welfare fortemente volute da Obama. Una politica che, d’altra parte, costringe oggi gli Stati Uniti ad una nuova revisione del tetto massimo del debito (stabilito per legge), pena l’insolvibilità. Come d’altra parte ha messo in luce lo stesso presidente americano affermando che alzare il tetto del debito «non vuol dire aumentare la spesa pubblica, ma permettere al Paese di onorare le spese su cui si è già impegnato”. Un concetto ribadito anche, inevitabilmente, dalla Federal Reserve che per bocca del suo vertice, Bernanke, ha ribadito di non avere intenzione di porre fine alle misure straordinarie e «non convenzionali” messe in campo per favorire la ripresa americana. Bernanke ha anche affermato di non essere ancora completamente soddisfatto dei progressi fatti dall’economia Usa, nonostante i recenti segnali di miglioramento.

Il problema è che hanno ragione i repubblicani a chiedere tagli alla spesa prima di accordare l’aumento del tetto. Come hanno ragione i democratici a chiedere elasticità sul debito per sostenere e rilanciare l’economia. La ragione è nella struttura stessa del sistema, perché, da Keynes in poi l’economia liberale si è sviluppata sull’equilibrio di questi due fattori. Questo equilibrio sembra essere stato dimenticato in Europa, dove è fin troppo evidente che la politica di tagli orizzontali conduce inevitabilmente alla recessione.

Ma senza crescita il debito aumenta, correndo il rischio di diventare solo nominale, come accaduto in alcuni paesi dell’America latina, in cui le dimensioni del debito erano talmente grandi da escludere la reale possibilità di essere onorato. E’ chiaro se si arrivasse a questo punto in paesi come gli Stati Uniti o l’Italia le conseguenze sarebbero imprevedibili, ma il punto rimane lo stesso. Senza sviluppo, senza ripresa dell’economia non ci sono tagli che tengano. Dall’altra parte non si può pensare di affidarsi alla sola leva della spesa pubblica, pena l’emarginazione dal mercato.




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