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«Quos di perdere volunt amentunt»: gli dei tolgono il senno a quelli che vogliono mandare in rovina.
Questo aforisma della saggezza antica ben si attaglia a tutti quei soggetti che in questi giorni si affannano a «razionalizzare» il fenomeno Grillo utilizzando gli strumenti della tassonomia politica tradizionale, per la quale di volta in volta si individuano negli apparenti paradossi eruttati da questo leader paradossale aspetti di «destra" - aboliamo i sindacati, democrazia diretta plebiscitaria attraverso il web, neinte gerarchie e niente capi ma solo un portavoce, anzi IL «portavoce»- o di sinistra -reddito di cittadinanza universale, settimana di 20 ore lavorativa, nazionalizzazione delle banche, manutenzione parsimoniosa dell'esistente anatematizzando i tradizionali «lavori pubblici» come sperpero faraonico).
In effetti questa analisi estemporanea di estemporanee dichiarazioni alla ricerca di contraddizioni, per altro facilmente individuabili, o di valutazioni in termini di costo del cosiddetto «programma grillesco» non ci aiutano a cogliere nelle sue reali dimensioni uno «tsunami» politico la cui intrinseca, terribile potenza distruttiva e disgregante nasce dalla convergenza sinergica di fattori incubati da parecchio tempo nel nostro contesto sociale.
Innanzitutto bisogna tener conto che la stragrande maggioranza dei cittadini, in mistura più o meno cosciente, è stata sottomessa impercettibilmente nell'arco di circa tre decenni ai dogmi dell'ecologismo più oltranzista, secondo il quale l'uomo rappresenta la più pericolosa e distruttiva aggressione alle limitate ed irriproducibili risorse del pianeta «Gaia».
Per cui se non si frena immediatamente quello che gli economisti chiamano «sviluppo», anzi, se non se ne inverte la tendenza, si perverrà rapidamente alla estinzione della biosfera così come oggi la conosciamo.
Certo, solo una minoranza fondamentalista pratica la «alimentazione vegana» o utilizza lo sciacquone del WC una volta alla settimana (come si vanta di fare il sindaco di Londra...no comment...), ma la maggioranza dei cittadini è dell'opinione che sia estremamente saggio e virtuoso, cioè eticamente esemplare, frenare drasticamente il «consumismo», possibilmente quello altrui, ovvio, senza rendersi conto che questo significa tendere allo sviluppo zero, con tutte le devastanti ricadute sul piano del benessere diffuso e della sicurezza economica così come noi li conosciamo e a cui non siamo assolutamente disposti a rinunciare.
Ci troviamo pertanto di fronte ad una minoranza fondamentalista portatrice di una ideologia dotata di una sua terribile coerenza; una minoranza, tuttavia, che sotto certe condizioni riesce ad aggregare e a mobilitare una maggioranza di soggetti sensibili a taluni stimoli indotti che toccano ormai le loro viscere. Soggetti per altro sprovvisti, in linea di principio, degli strumenti necessari per valutare le conseguenze disastrose di certe scelte. Tanto le risorse per edificare nel nome di Gaia una nuova «Bengodi» ci sono: basta volerle trovare! Pensiamo ai settanta miliardi di euro divorati ogni anno dalla «corruzione», a duecentocinquanta miliardi di euro sottratti annualmente al fisco, ai costi sterminati della politica.
Ebbene, è perfettamente inutile far notare a coloro che sono stati sedotti dal canto di certe sirene che settanta miliardi ascritti ai fenomeni corruttivi, i quali normalmente incidono per un 10% circa degli importi in gioco, presupporrebbero una spesa in opere pubbliche attorno ai settecento miliardi (700 miliardi!) di euro, cioè una cifra che praticamente coincide con l'intero ammontare della spesa pubblica, o che i 250 miliardi putativamente (o, meglio, mitologicamente...) occultati al fisco potrebbero fornire, in un irrealistico scenario di «evasione zero», un gettito di circa quaranta miliardi.
Se poi immaginassimo un costo completamente fuori misura di, per esempio, un milione di euro per ogni parlamentare, arriveremmo ad una incidenza complessiva di un miliardo di euro, e se volessimo aggiungere allo stesso spropositato calcolo tutte le restanti cariche elettive sulla base dello stesso parametro potremmo arrivare a cinque miliardi di Euro, cioè allo 0,6% della spesa pubblica che potremmo risparmiare cancellando di fatto il funzionamento della democrazia stessa.
Un risparmio» irrisorio a fronte di conseguenze inimmaginabili per gravità.
Ma questa adesione massiva all'etica radical-ambientalista è diventata moltitudine elettoralmente mobilitabile attraverso la «rete», grazie ad una mutazione di certo non positiva del contesto sociologico: mentre politologi e politicanti professionisti si trastullano ancora con concetti obsoleti e ridicoli quali la «par condicio», la maggioranza dei cittadini non viene più «addomesticata» dalla TV, ma vive immersa nella irrealtà virtuale del web, e questo in quanto condizionata da una solitudine estrema ed angosciante: infatti l'evoluzione (o l'involuzione...) del nostro contesto sociale ha messo in crisi o ha addirittura cancellato i luoghi tradizionali di aggregazione e confronto a misura d'uomo, quali la famiglia, la sezione di partito, l'oratorio.
Oggi la monade umana è spesso vittima di una solitudine disperata che certamente non viene addolcita dalle incombenti ristrettezza economiche: e così i moltissimi giovani e meno giovani (e pure parecchi anziani) rompono la loro prigionia, il loro isolamento, navigando per i mari, spesso assai poco limpidi, dell'irrealtà virtuale, dove sono agevolmente blandibili, orientabili e manipolabili, ben più profondamente e distruttivamente che nella dimensione catodica (la TV, insomma).
Quindi la «rete», strumento a costo bassissimo, consente pesche miracolose (in termini di generazione del consenso. Qualunque consenso.) ben è più delle comparsate in TV o sulla carta stampata; e dopo il lavoro in «rete", ecco il momento magico e catartico della «piazza», laddove il gregge di monadi ha l'illusione non solo di rompere il muro della solitudine, ma sente pure spuntare le zanne e gli artigli che riscattano il suo destino di pecora belante.
Di certo questa «piazza» non è l'areopago di Atene o il foro dei comizi centuriati di Roma, e nemmeno l'arengo del comune medievale: nella «piazza» di Grillo non esistono confronto, dibattito, contesa, ma solo assunzione inebriante del verbo del leader. Il che, dopo aver adeguatamente nullificato ogni elementare senso critico, ogni elementare capacità di analisi attraverso l'uso surrettizio della «rete», rappresenta ovviamente esperienza mobilitante e coinvolgente al massimo grado.
Certamente quanto è avvenuto, tuttavia, non sarebbe stato possibile, almeno nella misura in cui si è verificato, se non avessero concorso particolari cause scatenanti.
Ne cito alcune senza pretesa di essere esaustivo: il benemerito volume «La Casta» di Stella e Rizzo, concepito per demonizzare un professionismo politico non certo esemplare così come tutta la pubblicistica che si è inserita in questo solco ulteriormente approfondendolo, con la finalità di propiziare il «governo degli ottimati» (Monti&Co., per intenderci) ha involontariamente (forse...) fornito benzina avio al grillismo: nelle umane cose, si sa, l'eterogenesi dei fini sta sempre in agguato. Quindi una lotta politica che da almeno due decenni si fonda sulla demonizzazione e sulla criminalizzazione dell'avversario, ovvero sulla individuazione costante di un nemico oggettivo da abbattere senza concedere quartiere, congiuntamente al concorso di certa magistratura militante funzionale a tale scopo e quasi millenarista nel preconizzare l'avvento della «virtù» nel Palazzo: neogiacobini allo stato puro, insomma.
Poi la crisi economica che ha immiserito intere categorie, demolendo il mercato interno e precipitando tutti nell'angoscia e nel pessimismo.
Tutto questo (e non solo) ha concorso a preparare un cocktail micidiale in cui odio, disprezzo, paura si sono mescolati nelle giuste proporzioni avvelenando l'animo di tante, tantissime persone: e le conseguenze non si sono fatte attendere...
Francesco Natale
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