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Pacta sunt servanda. Questa breve e incisiva massima latina è il fondamento, non scritto, del diritto internazionale. Nelle moderne democrazie, improntate secondo il modello dello stato di diritto, sovrana è la Legge che definendo la stessa struttura dello Stato (nella Costituzione), stabilisce l’autorità e i poteri di chi deve garantirne l’osservanza, nel rispetto delle libertà inviolabili degli individui. Ciò che mi importa sottolineare per il discorso che segue è che nello stato di diritto qualsiasi contrasto tra i cittadini trova – o dovrebbe trovare – un’autorità in grado di dirimerlo, secondo la legge, e di farne rispettare le disposizioni, anche con l’uso legittimo della forza (che, anzi, è esercizio esclusivo dello Stato).
Sul piano internazionale, questo meccanismo non funziona, o meglio è assai più complesso. Per questa ragione i patti devono essere osservati, perché in quello scacchiere così articolato in cui i singoli Stati si muovono come se fossero soggetti individuali è la parola, l’affidabilità, l’onore, a fondare qualsiasi relazione, a precedere qualsiasi norma.
Questa lunga introduzione è necessaria per comprendere lo smarrimento di fronte alla scelta del Governo italiano che una decina di giorni fa decise di trattenere in Italia i due fucilieri della Marina accusati dell'omicidio, a febbraio dello scorso anno, di due pescatori indiani durante un'operazione di contrasto alla pirateria al largo delle costa del Kerala. Una decisione che rendeva carta straccia l’impegno scritto dell’ambasciatore italiano in India che assicurava il ritorno dei militari italiani in licenza per le elezioni. Ciò che ne è seguito è cronaca: l’ovvia reazione indiana, l’ambasciatore trattenuto nel Paese fino al passo indietro del nostro Governo che ha rispedito Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in India, dopo aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che i due marinai non sarebbero stati condannati alla pena di morte.
In pochi giorni abbiamo assistito ad una rappresentazione, purtroppo più vicina alla tragedia che alla commedia, di come uno Stato non dovrebbe mai agire sul piano internazionale. Una vicenda che assesta un durissimo colpo alla nostra immagine internazionale. Una sceneggiata degna di uno show di dilettanti allo sbaraglio condotto dal compianto Corrado, i cui principali protagonisti sono stati il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, quello della Difesa, Giampaolo di Paola, complice la non curanza in questi mesi del caso da parte di Mario Monti. Loro, infatti, la scelta di comunicare, con una nota stampa, l’improvvida decisione di trattenere i due marò in Italia. Una decisione inspiegabile proprio perché era stato l’ambasciatore italiano a firmare l’impegno del nostro Paese al ritorno in India dei due fucilieri. E in quella firma c’era la parola di una Nazione intera, non di un singolo funzionario. Pacta sunt servanda.
Inspiegabile è stata pure la tempistica: perché comunicare, a mezzo stampa, questa decisione una settimana prima della scadenza della licenza? Perché non muoversi sul terreno diplomatico prima di azioni così forti?
Di fronte allo sconcerto, la posizione del Governo italiano rimaneva apparentemente sicura, così come affermò il ministro Terzi: «Abbiamo molti motivi giuridicamente solidi per procedere nella direzione intrapresa: l'arbitrato internazionale. Tutto quello che il governo indiano deve sapere sui nostri motivi, lo conosce ampiamente».
Tanto è vero che il nostro ambasciatore è stato trattenuto nel Paese. Motivi tanto saldi che qualche giorno dopo Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono stati rispediti in India. Come a dire al mondo: avevamo torto. Dall’inaffidabilità al torto giuridico. Ma siccome la doppia pessima figura non era abbastanza, è iniziato l’ulteriore balletto delle dichiarazioni che avevano il compito di spiegare il perché di questo clamoroso passo indietro. I due marinai, infatti, sarebbero stati riconsegnati dietro alla rassicurazione che non sarebbero stati condannati alla pena di morte. Ancora una volta i «motivi giuridicamente solidi» del ministro Terzi apparivano una barzelletta raccontata al mondo intero. Ancora una volta il contenuto di questa dichiarazione era prontamente smentito dalla Corte indiana (d’altronde quale corte credibile potrebbe dare rassicurazioni su una sentenza prima del processo?). Per fortuna dei due marinai italiani il tribunale speciale che sarà costituito a New Delhi non dovrebbe avere nei suoi poteri la possibilità di condannare a morte un imputato, secondo fonti legali indiane che citano la Sezione 29 del Codice di procedura penale indiano.
In tutto questo il ministro Terzi non si è dimesso. Forse non sarebbe cambiato molto, ma di certo, seppur da un ministro con i giorni contati per la formazione del nuovo governo, sarebbe stato un gesto di dignità. Perché, in campo internazionale, la parola, l’onore dovrebbero essere rispettati. Ne va della dignità di un Paese. Pacta sunt servanda.
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