Giuliano Pisapia, Luigi de Magistris, Marco Doria, Ignazio Marino. Quattro sindaci di quattro grandi città. Quattro esponenti della «sinistra che vince".
Pur disomogenei tra loro hanno tutti un minimo comune denominatore: non si tratta di soggetti organicamente e politicamente ascrivibili alla sinistra istituzionale, ovvero al Partito Democratico. Tutti e quattro, anzi, in misura maggiore o minore, hanno vinto le rispettive primarie in contrapposizione aperta col PD, il quale resta comunque il principale partito di sinistra in Italia, e di gran lunga, vista la sostanziale ininfluenza numerica di SEL o di altre formazioni minoritarie.
In base alla opinione comune si usa dire che nell'ambito delle elezioni amministrative conta più la persona del partito di appartenenza, rispetto alle elezioni nazionali.
Eppure sorge spontaneo il sospetto che quest'ultima convinzione non sia del tutto verosimile.
E' legittimo ipotizzare che questi quattro soggetti siano gli alfieri, i portabandiera di una mutazione genetica che sta attraversando la «sinistra convenzionale".
Liquidiamo subito gli aspetti prettamente amministrativi, che qui oggi non interessano, auspicando che, per il bene dei Romani, Marino, appena insediatosi al Campidoglio, si riveli migliore dei suoi tre colleghi i quali hanno perpetrato disastri epocali nei rispettivi Comuni.
Ma nonostante le evidenti incapacità gestionali, le politiche territoriali fondate su pregiudiziali ideologiche inutili quando non dannose, la cecità e l'indifferenza di fronte alle legittime aspirazioni degli amministrati, il magico trio cui si è aggiunto di recente il Sindaco di Roma piace. Piace a sinistra e non solo.
Coccolati dai media allineati quando esternano, ignorati con pia devozione quando la fanno grossa (dalla farsa degli «ecopass" alla guerra per bande armate che imperversa a Milano, Genova, Roma e Napoli).
In attesa di vedere alla prova Marino possiamo tranquillamente affermare che l'aura profetica e l'autorevolezza che vengono loro riconosciute non dipendano certo dalle loro qualità manageriali, né da rutilante carisma, né da particolare creatività ed efficacia nella gestione del presente. Da cosa dipende, quindi?
La risposta è semplice ed evidente: in assenza di una reale e puntuale progettualità legata agli specifici contesti territoriali, sostanzialmente trattati con la medesima incuria dal Nord al Mezzogiorno, il quartetto di vincitori ha puntato tutto su una ben specifica immagine politica e non, come logica e buon senso vorrebbero, su un programma amministrativo. Anticlericalismo, laicismo, «modernità", «green economy" e «ambiente", «multiculturalismo", piste ciclabili (?!?), «abbattimento della percezione della criminalità da parte della cittadinanza" (attenzione: NON abbattimento terminale della criminalità, bensì delle «percezione" della medesima. Come a sottendere che i comuni cittadini siano pazzi visionari e non soggetti indifesi e abbandonati sottoposti a pericoli quotidiani), «registri" delle cosiddette «unioni civili" rimasti pressoché intonsi dalla loro plaudita introduzione, imposizione nelle scuole primarie di «testi" scolastici che educano all'ideologia del «gender", Presepi e uova di Pasqua espunti dagli asili in quanto «discriminatori", mitizzazione e deificazione de «L'Altro", «Il Diverso", «L'Ultimo" (in maiuscolo, come previsto dal canone di Enzo Bianchi, «priore" di Bose nonché fulgida stella del pensiero modernista), cosiddetti «diritti civili", pillole abortive spacciate come caramelle alla menta: questa è la cifra programmatica dei quattro vincenti.
Quanto tutto ciò c'entri con l'emergenza sicurezza, oggi più impellente che mai, con i diuturni (e noiosi, per carità...) problemi inerenti alla viabilità urbana, col decremento progressivo del decoro di periferie e centri storici, con la crisi economica che oblitera migliaia di attività ogni giorno non è dato di saperlo.
Sindaci eletti, quindi, sulla base di un «programma" politico e non amministrativo, come i risultati finora stanno amaramente dimostrando.
Un «programma" per molti versi «accorto" e «intelligente", poiché in grado di vellicare certa ferocia becera e iconoclasta che ha profonde radici in certo popolo di sinistra così come in parecchi simpatizzanti del pensiero liberale, azionista, repubblicano o, comunque, borghese e anticlericale.
Un «pensiero" che trova convergenti «signori" e «proletari", per usare definizioni da secolo scorso: come si usava dire una volta in riferimento a Genova, ad esempio, la stagnazione economica e culturale caratteristica della città della Lanterna è sempre dipesa da un bacino elettorale che coniugava con assoluta nonchalance il santino di Lenin nel portafoglio con l'annuario dello Yacht Club sul comodino.
Ora, la questione purtroppo non è confinata al contesto locale, per quanto grande ed importante sia, per quanto possa risultare inaudito avere un transumanista al Campidoglio, a due passi dal Vaticano.
La questione, come si evince dal sobbollire magmatico che agita la sinistra in queste ore, è prettamente politica.
A parte l'esausto Vendola che sostiene di rappresentare gli interessi di «milioni di italiani" (a quanto pare, tuttavia, le urne emettono un responso decisamente meno oracolare...), le dichiarazioni possibiliste di Epifani, i carotaggi e le prospezioni sotterranee di Bersani, al quale ancora brucia la magrissima figura che ha fatto in qualità di «vincitore" delle primarie, così come la deriva progressiva di Renzi verso posizioni di sapore radicale, inducono a pensare che ci sia uno spostamento ulteriore della sinistra verso latitudini sempre meno social-riformiste e sempre più ammiccanti nei confronti del relativismo gnoseologico.
Un gioco pericoloso, fondato su due elementi critici che sono in questo momento oggetto di attenta valutazione in Piazza Sant'Anastasia: in primo luogo, come abbiamo sottolineato poc'anzi, non solo i candidati di segreteria perdono le amministrative, ma nemmeno riescono ad avere forza e capacità sufficienti per formare un governo, e questo configura un problema politico interno che genera sudori freddi in tutto l'establishment; in secondo luogo si percepisce chiaramente una manifesta insofferenza da parte di cospicue frange del PD nei confronti del Governo Letta, il quale, come sua stessa natura impone, sta agendo con sostanziale equilibrio ed estrema prudenza al fine principale di risistemare gli sfaceli causati dal Governo Monti e di restituire un poco di ossigeno al sistema Italia.
Ebbene, è ipotizzabile che qualora il Governo Letta duri e riesca, anche solo parzialmente, nei propri scopi questo si traduca in un danno irreparabile per la sinistra: dopo aver autonomamente dimostrato per ben due volte che quest'ultima non è in grado da sola di governare e dare stabilità al paese (vedi alla voce governi Prodi), si verificherebbe il paradosso tale per cui l'unico modo che la sinistra ha di produrre risultati apprezzabili sia la collaborazione paritaria col centrodestra, il quale, grazie a Dio, non ha problemi identitari e di apparato di genere paragonabile.
Ecco da dove si originano, quindi, le mutazioni postmoderniste del PD: una volta di più siamo di fronte all'anteposizione dell'interesse (politico) particolare rispetto all'interesse comune dei cittadini italiani.
Condividi questo articolo
|