Siamo al redde rationem. Il circuito mediatico-giudiziario ha stretto nella morsa il tanto odiato avversario Silvio Berlusconi. Se si fosse trattato di un Silvio qualsiasi questo, forse, non sarebbe accaduto: la lentezza della Giustizia è un fatto acclarato nel nostro Paese. Un indagato qualunque non avrebbe retto senza avere alle spalle una storia di successi imprenditoriali come quella del Cavaliere, che, oltre ad avergli procurato credibilità di fronte al popolo italiano, gli ha consentito di disporre di una ricchezza tale da permettergli di difendersi dagli attacchi mediatico-giudiziari a cui è stato sottoposto dal '94, anno in cui decise di impegnarsi politicamente e anno, guardacaso, in cui ebbe inizio il suo calvario giudiziario.
Un Silvio qualsiasi non avrebbe avuto la forza di contrapporsi ad un sistema economico e mediatico già organizzato per consegnare il potere alla sinistra postcomunista che, dopo la caduta del comunismo, si comportò come i cinesi, comunisti nel controllo sociale e capitalisti senza scrupoli nell'ambito dell'economia globalizzata. La classe dirigente nostrana dei postcomunisti era già pronta a servire il potere stratificato del nuovo ordine mondiale, in cui l'apparato politico assume spesso posizioni di second'ordine rispetto agli interessi economici e finanziari sovranazionali che lo condizionano. Non è un caso che i banchieri, in questi anni, si siano infiltrati nelle file dei militanti del Pd per partecipare alle Primarie del partito. Non è un caso che i postcomusti abbiano mostrato la loro capacità di servilismo al potente di turno contraddicendo se stessi e la loro storia di battaglie politiche, basti pensare alla scelta del postcomunista D'Alema di condurci attivamente in guerra contro la Serbia per volontà dell'Amministrazione americana di Clinton: alla faccia dell'antiatlantismo ed antimericanismo filosovietico del Pci in cui tutta la classe dirigente di sinistra è cresciuta e pasciuta.
Un Silvio qualsiasi non avrebbe potuto dire e fare nulla di fronte a tale sistema, che ama pianificare la storia per la conquista e la gestione del potere.
Invece Silvio Berlusconi fu il fattore imprevedibile che scombina ogni teoria, ogni progetto nato a tavolino senza la variabile del popolo sovrano. E' questo il vero reato politico di cui egli è colpevole e recidivo, poiché non intende seguire le orme di un'altra vittima del circuito mediatico-giudiziario: Bettino Craxi.
Se non lo si può battere nelle urne allora lo si deve fare attraverso i poteri democraticamente irresponsabili che, attraverso una concomitanza di interessi e circostanze, alimentano quel circuito che dagli inizi della Seconda Repubblica è stata la spina nel fianco del nostro Paese.
Dal '94 in poi Silvio Berlusconi ha avuto dalla sua parte l'azionista principale in una democrazia: il popolo. Oltre all'odio degli avversari, però, egli ha dovuto far fronte anche all'invidia di alcuni suoi compagni di viaggio come Fini e Casini, piccoli leaders la cui furbizia li ha portati a saltare sul carro del vincitore sperando invano di scalzarlo per prendere le redini del popolo moderato di centrodestra a cui Silvio aveva dato un volto ed una voce dopo Tangentopoli.
A coloro che, oggi, si chiedono il perchè dell'incompiutezza della cosidetta rivoluzione liberale o della riforma della giustizia, consiglio di scorrere i tratti salienti della politica italiana degli ultimi vent'anni. Chi ha delle riserve comprenderà facilmente che, oltre all'odio ed all'invidia politica, la persecuzione mediatica giudiziaria, nata con il famoso avviso di garanzia comunicato a mezzo stampa su il Corsera all'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Napoli nel 1994, durante un simposio internazionale sulla criminalità organizzata, fu il primo atto contro chi aveva osato sfidare da libero imprenditore il sistema politico, burocratico ed economico che voleva la sinistra al potere. Un circuito mediatico-giudiziario che fa capo ad interessi particolari, che vorrebbero, oggi, la sinistra al governo senza il Pdl, e derubricare l'esperienza politica berlusconiana come semplice parentesi storica della nostra Repubblica. E' lo stesso trattamento che dovettero subire i leader moderati come Craxi ed Andreotti.
Ma se vogliamo che la nostra democrazia non viva sotto il giogo di questo circuito dobbiamo avere un sussulto di coscienza, non ci si può illudere che sia la Provvidenza a consegnarci un altro leader dei moderati capace di contrapporsi al sistema di potere che gravita attorno alla sinistra illiberale, un sistema perverso che presta il fianco anche a chi, dall'esterno, é pronto a pianificare a tavolino la storia del nostro Paese tentando di condizionare la variabile della sovranità popolare. Oggi più che mai essere solidali con Silvio significa porre un argine al rischio che la nostra democrazia involva in un ordinamento a regime oligarchico, dove alle oligarchie italiche si affiancherebbero anche quelle straniere. Per amore delle nostre istituzioni e del nostro Stato di diritto mi auguro che la celerità dell'iter giudiziario mostrata nei confronti dell'imputato Silvio Berlusconi non sia il preludio di una sentenza di condanna già scritta, altrimenti più che un Paese fondatore dell'Unione europea rischieremmo di essere lo Stato più a Nord di quell'Africa in cui l'apparato militare condiziona attraverso la forza la vita democratica di un Paese. Oggi più che mai siamo dalla parte di Silvio.
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