Che una azienda sia costretta a chiudere è sempre un dramma. Lo è per l’imprenditore che ha investito risorse e idee. Lo è per i lavoratori che rischiano di fronteggiare lo spettro della disoccupazione. Lo è per la società e il territorio in cui opera l’azienda, che si impoverisce. Che la causa della chiusura di un’azienda sia lo Stato è, però, un fatto che aggiunge rabbia al dramma. Soprattutto quando questa è dovuta al ritardo dei pagamenti, da parte dello Stato, ovvero di quella stessa autorità che legittima lo stesso valore delle norme, a partire dai codici, su cui si basano i contratti che disattende.
Tra il 2008 ed il 2012, secondo una recente stima della Cgia di Mestre, «sono più che raddoppiati (+114%) i fallimenti delle imprese vittime dei ritardi o dei mancati pagamenti da parte dei committenti pubblici e privati». Di questi, è l’osservazione realizzata dall’istituto Intrum Justitia sui dati della Cgia, circa uno su tre è dovuto alle inadempienze da parte dello Stato.
In termini assoluti, su 52.500 fallimenti registratisi in Italia nel quinquennio preso in esame, la Cgia stima che 15.100 chiusure aziendali siano addebitabili ai ritardi nei pagamenti. Un dato che non può preoccupare per il futuro, visto che secondo lo studio della Cgia il debito della Pubblica amministrazione è di 120 miliardi di euro, e non di 91 come ricostruito a marzo scorso dalla Banca d’Italia.
Come pure esercizio teorico, immaginiamo cosa potrebbe significare per l’economia, quella reale e non quella virtuale tanto cara alle agenzie di rating, se domani lo Stato firmasse una lunga serie di assegni del valore complessivo di 120 miliardi di euro. Ma basterebbero anche 91 miliardi. Il 30% delle aziende che chiudono, stando alle proiezioni della Cgia, continuerebbe la propria attività. L’indotto non ne soffrirebbe. Miglia di lavoratori non si troverebbero in cassa integrazione (che costa allo Stato), disoccupati o con un minor introito. Disoccupazione e calo di redditi che si traducono in minori introiti fiscali. Non solo. Le aziende avrebbero risorse per investire e crescere. Crescere e creare posti di lavoro. Lavoratori che avrebbero risorse da spendere, alimentando i consumi che a loro volta impedirebbero la chiusura di attività commerciali e aumenterebbero la richiesta di produzione industriale e non solo. In una parola il sistema capitalistico, quel sistema che – quasi che l’Europa se lo fosse dimenticato – crea ricchezza, lavoro e benessere grazie alla produzione e alla circolazione dei beni. Un sistema che in Europa, oggi, soffre terribilmente l’effetto di speculazioni internazionali e la competizione sul mercato globale.
L’auspicio minimo è che a queste condizioni non si aggiunga quella di combattere contro uno Stato che non solo carica un peso fiscale proibitivo, che soffoca con una burocrazia inefficiente, ma, addirittura, non paga i propri debitori.
In Italia il tempo medio con cui la pubblica amministrazione effettua i pagamenti è di 170 giorni. In Finlandia è di 24 giorni. Questo è uno spread da ridurre.
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