Il governo Letta tiene, nonostante Renzi. E Renzi tiene nonostante il governo Letta? E il Pd come sta dopo la rinnovata fiducia al vicepremier Alfano? Questi sono solo alcuni degli interrogativi a cui i media cercano di dare risposta. Ma ben più gravi sono i dubbi che attanagliano l'elettorato democratico. La classica: «come possiamo governare insieme al Pdl?» viene ormai sostituita dalla sempre più frequente «perché piuttosto che vincere le elezioni con Matteo Renzi, si preferisce governare con Berlusconi?».
Renzi ha temporaneamente rinunciato a correre per la segreteria, in attesa di nuovi sviluppi, e ha annunciato un periodo di silenzio stampa proprio per evitare di essere additato come colui che vuol far cadere il governo. Ormai però il giovane sindaco di Firenze si è esposto troppo e queste ultime mosse forse sono un po' troppo tardive. Il gotha del Pd è stato chiaro: il partito non te lo diamo. Questo è apparso chiaro anche nel lungo speciale che Enrico Mentana ha dedicato qualche giorno fa al giovane Renzi.
D'Alema alla segreteria proprio non ce lo vuole. Se vuoi candidati alla premiership ma il partito è «cosa nostra, non tua» ha lasciato intendere tra le righe il leader Maximo della sinistra. Dal canto suo Renzi ha fatto chiaramente capire che non è disposto a passare per una marionetta e non si sporcherà le mani finché una certa parte della classe dirigente del Pd non si sarà fatta da parte. Questo spiega il motivo che ha spinto il ministro Franceschini a minacciare le espulsioni nel caso in cui alcuni parlamentari non avessero votato la fiducia ad Alfano.
Se da un lato Berlusconi vede il governo delle larghe intese come un «governo di pacificazione nazionale», una parte considerevole del Pd lo vede come un mezzo per ostacolare l'ascesa del sindaco di Firenze. L'incontro con la Merkel aveva già creato non poche frizioni tra i due giovani rampolli destinati a guidare il partito in un futuro sempre più prossimo.
Letta e Renzi, entrambi democratici di rito cattolico, rischiano di dar vita a un nuovo dualismo nella sinistra italiana, dopo quello di rito diessino D'Alema-Veltroni che per tutta la Seconda Repubblica si sono contesi la leadership.
Certo, Renzi potrebbe risolvere la contesa uscendo dal Pd e fondando un suo partito ma in quel caso rischierebbe di fare la fine di un Fini qualunque. Le sue difficoltà al momento sono evidenti perché sarebbe un controsenso se continuasse a mettere zizzania nello stesso partito che vorrebbe guidare.
Al Pd, d'altro canto. serve un vero leader anche perché al momento le coalizioni larghe (che sono cosa ben diversa dalle grandi coalizioni) come l'Ulivo e l'Unione non bastano più. Il leader però non vince con l'apparato. Più Renzi sta lontano da Roma e meno si brucia, più Letta sta accanto a Epifani e D'Alema e più rischia di logorarsi. Se dal «decreto del fare» si passerà ai fatti e ci saranno risposte concrete su Imu, Iva e tasse il premier pisano potrebbe avere la meglio sul sindaco fiorentino. Viceversa, tanto più il governo si impantanerà tanto prima Renzi «il riservista», che nessuno vuole, sarà chiamato alle «armi» per svolgere il ruolo di salvatore della Patria...
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