Tutti contro Guglielmo Epifani. La direzione nazionale del Partito democratico ha avuto come primo effetto quello di scontentare tutti e creare convergenze parallele tra correnti opposte. In secondo luogo ha dimostrato una volta di più che la sinistra è Berlusconi-dipendente.
L'idea di far eleggere il nuovo segretario del partito solo dagli iscritti, come vorrebbe il segretario pro-tempore Epifani, ha provocato malumori non soltanto tra i renziani ma anche tra i giovani turchi e i dalemiani alla Gianni Cuperlo. Matteo Renzi ha mantenuto fede alla parola data ed è rimasto in silenzio stampa ma ha incaricato i suoi di applaudire l'intervento dell'arcinemica Rosy Bindi che si è schierata contro le primarie chiuse.
Già, il dilemma è sempre quello: primarie chiuse o aperte? Ma non solo: i segretari locali si votano prima, dopo o durante il Congresso?
In pratica il teatrino della politica in casa democratica sta dando il meglio di sé e un ruolo da protagonista in queste settimane spetta a Dario Franceschini. L'attuale ministro per i rapporti con il Parlamento ha prima minacciato l'espulsione dal partito per chi non avesse votato contro la mozione di sfiducia nei confronti del ministro Angelino Alfano, poi ha rinnegato sé stesso. L'ex popolare che nel 2009 sfidò Pier Luigi Bersani per succedere a Walter Veltroni in nome del partito aperto e della sua vocazione maggioritaria, ora si schiera a favore dell'elezione del segretario da parte dei soli iscritti al Pd. Del resto Franceschini, poco dopo la sconfitta alle primarie, salì sul carro dei vincitori in cambio del ruolo di capogruppo alla Camera e si accontentò di fare il capo di Area Democratica, una corrente tutta sua che nel tempo è divenuto componente importante dell'allora maggioranza bersaniana.
Senza considerare il fatto che l'altro pomo della discordia, la separazione tra il ruolo di segretario e quello di candidato premier, rischia di diventare una legge «contra personam”, ovvero contro Matteo Renzi. Se così fosse, come potrebbe definirsi democratico un partito che impedisce al proprio segretario di candidarsi al governo del Paese? E se il futuro segretario decidesse comunque di candidarsi dovrebbe dimettersi da capo del partito?
Il Pd dovrebbe celebrare un nuovo congresso per eleggere un altro segretario, il sesto in pochi anni?
Tutte queste disquisizioni sulle regole rafforzano Matteo Renzi che ha soltanto da guadagnare dal suo silenzio stampa perché il cosiddetto «apparato” si indebolisce in modo direttamente proporzionale al tempo e alle energie che dedica per cercare di indebolire il sindaco di Firenze.
L'altro aspetto che colpisce maggiormente è vedere come il Pd risulti essere ancora Berlusconi-dipendente. Tutte le decisioni in merito al Congresso e alla vita interna al partito sono state infatti rinviate a dopo il 30 luglio, giorno in cui la Cassazione si esprimerà sul processo Mediaset a carico di Silvio Berlusconi. Il primo partito della sinistra italiana sembra ancora non avere una vita propria e il suo unico collante resta sempre l'antiberlusconismo che sarà più sbiadito in caso di assoluzione o diventerà sempre più acceso nel caso di una condanna.
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