La crisi siriana mette una volta di più in luce, con ineluttabile nettezza, quale sia, più di ogni altro, il reale punto critico, la reale linea di frattura, il vero tallone d'Achille che affligge attualmente l'Occidente nel suo insieme, Stati Uniti ed Europa in egual misura: i nostri nemici, che tali sono e così vanno dunque chiamati, ovvero gli estremisti islamici conoscono molto meglio di noi gli innumerevoli gap, le innumerevoli contraddizioni, la sconcertante dabbenaggine della nostra società tiepida, pavida, perbenista e «benpensante» all'ultimo stadio.
Smagliature gigantesche del nostro tessuto socio-politico alle quali si coniuga una smania suicida non solo colpevole, ma addirittura criminale.
Smagliature nelle quali Al Qaeda, jihadismo wahabita, Ezbollah, i «fratelli musulmani» e compagnia sanno inserirsi con assoluta nonchalance, sfruttando con geniale efficienza senz'altro degna di miglior causa le nostre colpevoli debolezze per i propri fini anzi, per il proprio fine per antonomasia: l'islamizzazione mondiale a fil di spada.
Secondo la dottrina della Guerra Totale, come teorizzata da Goebbels tra gli altri, l'informazione gioca un ruolo determinante: per noi Occidentali che non abbiamo più nerbo, radici, autorevolezza, cultura, capacità di analisi critica elementare bastano poche immagini, pochi flash di agenzia, magari realizzati ad arte da Al Jazeera piuttosto che dagli sgherri informatici di George Soros (uno dei principali finanziatori e supporter dei «bloggers» che avrebbero dato vita alla cosiddetta "Primavera Araba») che mostrino presunte vittime del Sarin ed immediatamente ci risvegliamo, «indignati» of course, dal nostro torpore infingardo, dalla nostra asepsi morale, dalla nostra vigliaccheria cronica.
Della Siria, di quanto è accaduto in quel paese travagliato negli ultimi due anni, a partire dal 2011, non sappiamo nulla di nulla. Niente. Zero tondo.
Ci viene semplicemente inculcata, attraverso un battage mediatico infame e connivente con i nostri nemici (quelli di cui sopra), la fanfaluca che «Bashar el Assad ha usato armi chimiche contro la sua stessa popolazione uccidendo così donne e bambini».
Solo soggetti che credono davvero alla spontaneità della «Primavera Araba» possono assimilare simili «notizie» alla stregua di Vangelo.
Quel fenomeno pernicioso, salutato ovviamente con applausi spellamani da noi Occidentali che «ben pensiamo», è stato ed è tuttora eterodiretto: e quanto è accaduto e sta accadendo in Egitto lo sta a dimostrare.
Il famigerato «popolo del web» non solo non ha regalato la democrazia a Tunisia, Libia ed Egitto, ma anzi ha avuto un ruolo determinante nel consegnare suddetti paesi all'estremismo, vendendo (e con estrema facilità, ca va sans dire...) all'estero un immagine di quei contesti politici assolutamente e specularmente contraria rispetto alla realtà. Gli stessi che stanno in queste si scagliano contro i Cristiani, i poliziotti, i funzionari del Partito Baat, i comuni cittadini in Siria.
Col beneplacito esplicito di Qatar e Arabia Saudita e con quello implicito di Stati Uniti e Francia.
E'infatti dal 2011 che in Siria è in atto un tentativo permanente di colpo di Stato ai danni di Assad: un Presidente che forse non finirà mai sulla copertina di Time come uomo dell'anno, ma che non solo ha goduto e gode del supporto della maggioranza della popolazione siriana, non solo ha garantito libertà di espressione alle minoranze (tra cui quella Cristiana, è bene ricordarlo) assolutamente fuori parametro rispetto ad altri paesi islamici pur «moderni" come la Turchia, ma da quando si è insediato è riuscito a dimezzare il tasso di disoccupazione e a raddoppiare il PIL della Siria.
Sull'onda lunga dell'Inverno Islamico, come forse è più corretto chiamare la «Primavera Araba», l'offensiva della controinformazione foraggiata da Qatar, Arabia e dai «cyber-dissidenti» al soldo di Soros organizza così nel 2011 una «grande manifestazione di piazza» contro il «tiranno»: pressoché nulle le adesioni. Un flop colossale.
Come ben argomenta Vincenzo Scarpello, a questo punto «fallito il piano A, si pianifica, all’estero, tra Giordani, Turchi, Arabi e Qatar da un lato, israeliani, americani ed «occidentali» dall’altro, il piano B, ossia l’insurrezione armata. Tutta l’estate 2011 si caratterizza da un continuo stillicidio di manifestazioni, scontri con morti e feriti, tra le truppe regolari ed i manifestanti, pagati dalle nazioni confinanti e riforniti di denaro e di armi».
Lo stesso identico «giochetto» che i Francesi di Sarkozy perpetrarono con successo in Tunisia e in Libia, col tacito consenso degli Stati Uniti di Obama, provandoci poi pure con l'Egitto, ove, se Dio vuole, il risultato è stato ben diverso.
Ma l'affaire siriano è ben più complicato: Assad è l'ultimo esponente del partito socialista Baat, quindi estremo punto di riferimento per l'Islam non jihadista. Mantiene inoltre un rapporto ferreo con l'Iran (che detesta i sauditi più di quanto abbia in odio Israele) nonché con i Russi, i quali hanno nella base navale siriana di Tartus l'unico loro sbocco sul Mediterraneo.
Fatto sta che l'insurrezione armata diviene vera e propria guerra civile: nel novembre del 2012 viene fondata a Doha (capitale del Qatar, guarda caso) la cosiddetta «Coalizione nazionale siriana delle forze di opposizione e della rivoluzione» (sulla natura di tale «rivoluzione» non c'è bisogno di interrogarsi più di tanto...).
L'addestramento alle tecniche di «insurgency», riporta sempre Scarpello, viene svolto da infiltrati dei corpi speciali israeliani e occidentali (Francesi?), mentre «consulenti e addetti militari si occupano della pianificazione all'Estero delle operazioni».
Eppure, nonostante la popolazione siriana subisca violenze indicibili a causa di questo sconsiderato «power game» fatto di scatole cinesi, il regime di Assad regge: i siriani continuano ad appoggiarlo apertamente (mentre hanno in odio estremo i cosiddetti «ribelli»), Russia e Iran forniscono materiali e supporto militare.
Serve qualcosa che sblocchi la situazione, incrini definitivamente l'immagine di Assad e imponga l'intervento diretto degli Stati Uniti, con o senza mandato ONU: cosa c'è di meglio, a tale abominevole scopo, di propagare immagini raccapriccianti di bambini uccisi dal gas nervino? I wahabiti che conoscono a menadito i meccanismi di induzione delle deboli menti occidentali questo lo sanno bene.
Il risultato iniziale è da hit parade: come era lecito aspettarsi, ovvero come si aspettavano quei «ribelli» che non si sono fatti scrupolo alcuno ad utilizzare armi chimiche (che possiedono) sulla popolazione siriana per poi accusare dello scempio Assad, la reazione dell'Occidente è stata di una teatrale «indignazione» come minimo ributtante, per usare un eufemismo.
La partita sembrava vinta: per l'odiato Assad era iniziato il conto alla rovescia verso l'ora zero, che lo avrebbe condotto al medesimo destino di Saddam o Gheddafi.
Ma troppe cose da lì in poi sono andate storte: Putin (che oggi, paradosso dei paradossi, è rimasto l'unico vero garante degli interessi europei nel mondo) ha avanzato con fermezza dubbi ed evidenziato patenti contraddizioni rispetto alla vulgata di Al Jazeera; Cameron è stato ridotto al silenzio dalle Camere che hanno negato l'autorizzazione ad azioni militari da parte dell'Inghilterra; Papa Bergoglio, oltre ad avere quotidianamente ricordato i pericoli di una guerra in Siria sta utilizzando tutta la sua grandissima moral suasion per scongiurare lo scontro (non è un caso che Egli abbia di recente incontrato Re Hussein di Giordania e la sua consorte).
La cosa che tutti stiamo dimenticando, inoltre, è che Assad ha garantito libero accesso agli ispettori delle Nazioni Unite al fine di verificare chi, dove, come e quando sia stato utilizzato il Sarin in Siria: per tutta risposta i cosiddetti «ribelli» hanno aperto il fuoco sui veicoli dell'ONU impedendo qualsivoglia incidente probatorio. E per quale ragione, se il gas l'ha usato davvero Assad? Cosa avevano da nascondere a soggetti, per altro, notoriamente ben disposti verso i «ribelli» di tutto il mondo?
In mezzo a questa brodaglia, già parecchio torbida, ci si è infilato John Kerry, Segretario di Stato americano, il quale non ha perso tempo ad affermare che lui «le prove» carico di Assad le ha. Solo lui, fino ad ora: perché nessun altro le ha mai viste.
Su Kerry, poi, ci sarebbe da aprire una parentesi significativa in relazione alla totale scomparsa del «movimento pacifista» il quale, tanto era attivo e pugnace nel 2003, ad esempio, quanto è nebulizzato ed evanescente oggi. Sembra davvero che al «popolo arcobaleno» della Siria non gliene importi un fico secco. Un atteggiamento quantomeno curioso, se si pensa che da sempre i «pacifondai» non hanno perso occasione per catechizzare, manifestare, ritagliarsi qualche quarto d'ora di immeritata celebrità su TG e giornali. E invece, stavolta, niente di niente.
Senza sconfinare nel surrealismo, forse una spiegazione c'è: il «movimento pacifista» vive di mecenatismo. Ricche donazioni che arrivano da privati cittadini al fine di finanziare le dispendiose «attività» dei guerrieri arcobaleno. Tra questi va ricordato il già menzionato George Soros, così come, attenzione, Maria Heinz: regina mondiale del Ketchup (patrimonio personale stimato attorno a 1 miliardo e 200 milioni di dollari), nonché moglie di John Kerry, la quale, da sola, finanzia circa un centinaio di «associazioni filantropiche» tra ambientalisti, «difensori» dei diritti civili, enti dediti al «controllo delle nascite» (abortisti d'assalto, insomma), musei e fondazioni varie.
Forse stiamo solo pensando male (tuttavia Andreotti diceva a far così spesso ci si azzecca...) ma non è facile individuare una ragione che spieghi meglio lo straordinario assenteismo dei «pacifisti" dalla «ghiotta» situazione siriana.
In definitiva, non è facile capire nel dettaglio perché la Siria sia stata fatta oggetto di una tale smisurata «guerra per bande»: ridurre tutto a interessi petroliferi o strategici è ipotesi troppo superficiale, a nostro giudizio.
Forse Occam ha una volta di più ragione piena e completa: la spiegazione più semplice è quella giusta.
E la spiegazione più semplice, per quanto amarissima e drammatica, è la stupidità. Quella miopia ciclica che sembra affliggere ogni Presidente democratico che gli Stati Uniti hanno avuto da JFK in avanti, colpevole, per quanto fertilizzata dai sussurri costanti di consiglieri, che spinsero Kennedy ad autorizzare l'assassinio politico del Generale Diem (considerato corrotto e «non sufficientemente democratico». Sic) in Vietnam, condannando così al genocidio 2 milioni e mezzo di Vietnamiti Cattolici e ponendo le condizioni per la disfatta totale del Vietnam del Sud. Quella miopia e facilona con cui Jimmy Carter silurò Reza Palhavi, l'ultimo scià di Persia poiché «responsabile di gravi violazioni dei diritti umani», regalando l'Iran a quel «pasticcino» di Khomeini che invece dei «diritti umani» era decisamente paladino.
Quella miopia che convinse Clinton della bontà dell'idea di bombardare la Jugoslavia per distogliere l'attenzione nazionale ed internazionale dal suo squallidissimo «sexgate».
Quella stupidità che talvolta solo i Premi Nobel riescono a manifestare in maniera così convincente tale per cui la «esportazione» di un certo tipo di «democrazia» viene valutata come la più efficace «carta vincente» per recuperare consensi scesi al minimo storico...
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