Nell'ormai tradizionale incontro televisivo in cui il premier russo Vladimir Putin risponde in diretta telefonica alle domande dei cittadini uno degli argomenti che più hanno tenuto banco è stato, comprensibilmente, quello della crisi economica, che inevitabilmente ha investito anche la Russia, colpita in particolare dal repentino calo del prezzo del greggio, passato dai quasi 150 dollari al barile dell'ultima estate agli attuali 46 dollari circa.
La sopraggiunta crisi economica sembra far tornare in Russia lo spettro della spaventosa crisi del 1998, che diede un colpo fatale alle speranze di uno sviluppo in senso puramente democratico-liberista della Russia post-sovietica, speranze alimentate soprattutto da chi non aveva capito come la sospirata liberazione dal comunismo si fosse, agli occhi di tanti cittadini russi comuni, tramutata in un assalto alle ricchezze del paese da parte di una ristretta cerchia di oligarchi, spesso ex funzionari di partito, che in meno di un decennio si fece scudo di parole come «liberalizzazione economica» e «democrazia» per portare avanti sordidi interessi personali e di «clan».
La paura dei russi, in questa congiuntura di crisi mondiale, è proprio quella di ritornare ai disastrosi anni '90, e per questo una gran parte delle domande rivolte dal pubblico a Vladimir Putin hanno riguardato la crisi e le misure che il governo intenderà adottare per arginarla.
Le soluzioni presentate al pubblico dal Premier, che ha sottolineato come il paese sia comunque più solido di dieci anni fa, vertono innanzitutto su misure popolari come la difesa del rublo dalla svalutazione, la riduzione dei prezzi interni dell'energia, l'ingresso dello stato come azionista nelle maggiori imprese nazionali e la difesa del «lavoro russo» da una crisi che già intacca l'economia reale.
La difesa del lavoro è un argomento molto sentito, vista appunto la crescente disoccupazione dovuta alla crisi (i disoccupati sono già 1,7 milioni) e una delle misure annunciate da Putin per arginare il problema, oltre al sostegno alle imprese e all'economia reale, sarà quella di ridurre del 50% per il prossimo anno le quote di immigrati regolari ammessi nella Federazione Russa. La decisione di dimezzare le quote, comunicata in diretta durante la trasmissione ad una concittadina che chiedeva chiarimenti sulle politiche del lavoro e dell'immigrazione, potrebbe a prima vista sembrare una misura esclusivamente populistica, ma a ben guardare è una mossa più che necessaria per un immenso paese che oltre alla crisi economica è colpito da un'altra crisi, più silenziosa ma non per questo meno pericolosa: quella demografica.
In un paese come la Russia, con un grave problema demografico dovuto ad un basso tasso di natalità (10,7‰ un dato basso ma in linea, se non lievemente superiore, agli standard occidentali) unito ad un alto tasso di mortalità (16,2‰, un dato questo più vicino a standard da Terzo Mondo), l'immigrazione, proveniente soprattutto dalle repubbliche asiatiche dell'ex-Urss e dalla Cina, si pone non solo e non tanto come questione legata all'ordine pubblico, ma come vero e proprio problema politico, se è vero che, ad esempio, le immense distese della Siberia confinanti con la Cina, ricche di risorse e materie prime quanto poco popolate, corrono il rischio di una «sinizzazione» non solo economica ma anche demografica.
In un tale scenario di recessione globale e di crisi demografica, che in modi diversi colpiscono entrambe la popolazione autoctona russa, è facile capire come un rigido controllo dell'immigrazione diventi una necessità quasi strategica al pari dell'intervento dello Stato nell'economia nazionale. Il dimezzamento delle quote di ingresso evidentemente non è una semplice deriva populista o peggio xenofoba, come scrivono anche alcuni nostri giornalisti, ma la constatazione da parte della leadership russa che non tutto quello che può sembrare «politicamente corretto» nei salotti occidentali è effettivamente di giovamento per il più esteso, e forse il più problematico, Paese del Mondo.
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