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Che gli Italiani, al Sud come al Nord passando per il Centro, siano un popolo di mormoratori, nonché costituito al 90% da commissari tecnici potenziali, in ogni campo dello scibile, è cosa nota.
Fa parte del nostro Volksgeist, e la cosa non può pertanto essere stigmatizzata più di tanto, abolita per legge (e qualche tentativo, mai andato a buon fine grazie a Dio, ci sarebbe pure stato…) o, peggio, strumentalizzata per fini ideologici di infimo cabotaggio.
Quindi se da un lato cristiana carità dovrebbe trattenerci dal produrre un assordante rumore di fondo post mortem riguardo all’operato di Carlo Maria Martini, la medesima cristiana carità dovrebbe essere utilizzata per comprendere che, per quanto fuori luogo e poco compassionevoli possano apparire, le voci di coloro che mai sono stati allineati al «Martini-pensiero» rientrano nelle regole di quel gioco, umanissimo e terribile, che si chiama vita. Vita vissuta.
Vita fatta di adesione alla Fede, ingenua o profonda che sia. Vita fatta, perché no, anche di militanza, ovvero di esteriorizzazione di moti e propensioni spirituali sentitamente interiorizzati, a volte in maniera dirompente, certo, ma pur sempre legittima.
Il dato è uno ed è chiaro: Carlo Maria Martini è morto. Il giudizio sulla sua vita e sulle sue opere non è più, per noi che crediamo, di competenza umana.
E, come ben scrive Costanza Miriano al riguardo, il Giudice ultimo non ha bisogno di peroratori, di solerti magistrati che si occupino dell’istruttoria o di indagini preliminari, di pasionarie che esigano l’obbrobrio ossimorico di una «santificazione, si, ma laica». Questo significa porre la parola «fine» al vissuto di Martini? Tutt’altro: come hanno specificato il Cardinale Angelo Scola e il Sommo Pontefice (uno che di queste cose se ne intende…), l’ingresso nel Regno dei Cieli rappresenta casomai un nuovo, più pieno e totalizzante inizio.
Risolta questa faccenda, che in termini processuali si chiamerebbe «questione pregiudiziale», un giudizio possibile sul piano umano, scevro da mormorazioni così come da pruderié da sagrestia, resta ed è, forse, doveroso nei confronti della torma di sedicenti epigoni, millantatori a vario titolo, «scienziati in talare» (come da felicissima definizione di Gnocchi&Palmaro), credenti «fai-da-te» che sulle spoglie mortali di Martini si sono gettati come faine per fornire personalissime (e non richieste, per altro) interpretazioni «qualificate» del suo operato, per postulare l’inesistenza, dopo Martini, di un’unica Chiesa ma, anzi, l’esistenza di tante chiese quanti sono i vescovi, per sottolineare come con la morte di Martini sia contemporaneamente deceduto anche il cosiddetto «dialogo».
In una parola, per accaparrarsi, manco fosse la Veste Inconsutile di Gesù Cristo, la supposta «eredità» martiniana.
Atteggiamento come minimo fuori luogo poiché il de cuius non ha neppure lasciato un testamento spirituale.
Un atteggiamento che suscita amarissima tristezza, poiché quando c’è un morto di mezzo dignità e decoro imporrebbero un contegno assai diverso.
E invece abbiamo assistito all’indecoroso spettacolo fornito da quanti hanno stabilito che il rifiuto dell’accanimento terapeutico da parte di Martini coincidesse con la scelta dell’eutanasia; abbiamo ascoltato con una punta di inquietante sconcerto Dionigi Tettamanzi (ancora noto per aver pronunciato qualche anno fa un’omelia natalizia nella quale ricorreva per 64 volte la parola «solidarietà» e neppure una volta «Gesù Cristo»…), che si ostina a parlare di «santa chiesa di Milano», quasi a sottendere che si tratta di roba ben diversa rispetto alla Chiesa di Roma; abbiamo letto le propalazioni di Adriano Celentano, il quale ha candidamente sottolineato (sbagliando, ovviamente) come «(…) Martini abbia sempre messo al centro del suo operato l’uomo e la sua dignità», quando per un ordinato così come per un semplice credente al centro di tutto c’è solo Dio, ma sappiamo che il «messia di Galbiate»non è nuovo a svarioni dottrinali di rarissima e imponente goffaggine; innumerevole la flotta di laicisti e «cattolici adulti» che, in maniera assolutamente impropria, parlano di Martini come «dottore» o «padre» della Chiesa, titoli che, rispettivamente, o sono attribuiti dall’autorità pontificia (dottore) o possono essere conferiti solo a coloro che sono vissuti durante i primi 500 anni dalla fondazione della Chiesa di Roma (padre).
Ultimi ma non ultimi, laici e chierici afflitti da «conciliarismo cronico», per i quali ora la Chiesa «deve darsi una mossa» e mettere a frutto immediatamente la supposta «eredità» martiniana, rinnovarsi (?) e «dialogare». Permanentemente.
Si dimenticano costoro che anche Martini, pur a modo suo e con le umane debolezze che sono connaturate alla nostra condizione comune, ha contribuito a dimostrare che la Chiesa, la quale non è semplicemente una «istituzione» bensì il Corpo Mistico di Gesù Cristo, non è mai stata immobile, ha saputo rinnovarsi lungo la retta via tracciata dal magistero e mai ha smesso di dialogare. Senza che ciò comportasse la svendita a prezzo di saldo del tesoro di cui essa è custode al demone della modernità.
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