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7,1 per cento. Di tanto è aumentata nel corso dell’ultimo anno l’incidenza della criminalità da strada nella città di Milano. Un incremento allarmante non solo per quanto riguarda l’aspetto quantitativo, ma anche e soprattutto qualitativo, poiché i reati di sangue o di carattere sessuale restano sempre meno confinati nelle zone «tradizionalmente» considerate franche della periferia (Quarto Oggiaro piuttosto che Baggio), ma il gradiente criminale si è diffuso a macchia d’olio senza incontrare barriere o confini.
A questo si assommano sia la recrudescenza della delinquenza associativa calabrese, già comunque presente da almeno una ventina d’anni ma fino a poco tempo fa relativamente «quiescente» e meno «sfacciata» di oggi, e quella di chiara matrice extracomunitaria, con specifico riferimento alle gang di “latinos» che manifestano una efferatezza ed una mancanza di scrupoli inimmaginabili anche per i delinquenti abituali autoctoni, spesso scalzati o, più semplicemente, eliminati dalle loro rispettive «zone di controllo».
Alla già considerevole tara criminale milanese deve aggiungersi poi il numero inquantificabile ma certamente consistente di «cani sciolti» di delinquenti occasionali che, pur non facendo parte di alcuna associazione criminale, colpiscono a casaccio e senza schemi predeterminati, ma solo sulla base aleatoria della eventuale possibilità di predazione. Stupri, rapine, furti in appartamento: questo il loro «territorio» di elezione, che non coincide più con uno specifico settore del tessuto urbano. Reati che si perfezionano casualmente sulla base della contingenza del momento.
Una situazione di gravissima emergenza, pertanto, alla quale l’amministrazione Pisapia non pare assolutamente in grado di dare risposte efficaci e di porsi così a baluardo della cittadinanza. Omicidi in pieno centro, sparatorie tra bar e ristoranti, stupri perpetrati in quartieri residenziali: il registro delle notizie di reato assume sempre più i connotati di un bollettino di guerra. Una guerra che Giuliano Pisapia sta manifestamente perdendo e, con lui, i milanesi tutti.
Ora, risulta sciocco ed inutile postulare l’esistenza di nessi di causalità netti tra l’attuale amministrazione e i reati che stanno infradiciando di sangue il territorio meneghino, e non è quindi legittimo né ragionevole ascrivere una responsabilità diretta a Sindaco, Giunta e Consiglio in riferimento a detti fenomeni criminali.
Ma non è più possibile non rilevare l’inadeguatezza della attuale amministrazione a far fronte alla situazione reale così come non è possibile non stigmatizzare scelte politiche come minimo inefficienti (se non addirittura deliranti) la cui ratio risulta essere stata esclusivamente di matrice ideologica e, di conseguenza, completamente avulsa dalla realtà quotidiana della città e dal vissuto dei cittadini.
Se torniamo a leggere il programma elettorale di Pisapia notiamo l’insistenza con la quale il primo cittadino ha sottolineato la «differenza» tra «criminalità reale» e «criminalità percepita»: una artificiosa costruzione permeata di «sociologia» anni ’70 che, in maniera neppure troppo insinuante o indiretta, ha qualificato i milanesi come mitomani puri, i quali erano abituati, grazie alla propaganda subliminale morattiana e, specialmente, dell’allora vicesindaco De Corato, a vedere delinquenti dovunque, a non saper cogliere la «diversità», incapaci di «accogliere l’altro».
Detto e fatto tale Weltanschauung ultraprogressista, applaudita a grandi mani dal «popolo arancione» ha fornito sia l’esplosivo per fare piazza pulita della precedente politica di pubblica sicurezza, sia il pilastro ideologico sul quale costruire artificiosamente l’immagine di una «Milano città aperta» che, non solo nella realtà non esiste, ma ha contribuito in maniera determinante al nefando proliferare della delinquenza.
Giuliano Pisapia ha sbaraccato l’esercito dalla città, il cui intervento aveva sensibilmente migliorato la vivibilità e la sicurezza nelle zone a rischio, ha brutalmente ridimensionato le competenze e le prerogative della polizia urbana, la quale oggi può al massimo multare per divieto di sosta o poco più, ha rispedito a casa senza tanti complimenti i volontari di pubblica sicurezza, ovvero ex poliziotti e carabinieri in pensione che svolgevano, gratuitamente, servizio di ronda.
La domanda sorge spontanea: perché?
In attesa di una risposta esaustiva da parte del Sindaco, una risposta che non è dovuta a noi giornalisti ma ai cittadini milanesi, è doveroso sviluppare qualche considerazione al riguardo. Una su tutte nello specifico: come sempre accade le «alleanze»pseudopolitiche costituite al mero scopo di «battere qualcuno» si rivelano puntualmente rimedi peggiori del male, rendendo di fatto schiava la «parte vincente» delle ubbie, dei ricatti e dei veti incrociati, della inadeguatezza e della incapacità amministrativa travestita da «solidarietà dialogante» di tutte le parti in causa.
La inevitabile pròfasis dell’immobilismo totale, del quale l’amministrazione Pisapia ha finora dato prova con due sole significative eccezioni: la blindatura (poi saltata, guarda caso) della cosiddetta «Area C», in omaggio al più bieco ambientalismo e l’istituzione del famigerato «registro delle unioni civili», esatto da Nichi Vendola come contropartita per il patronage fornito in campagna elettorale. L’equivalente biblico del dare pietre al popolo che chiede pane. Una miopia sconvolgente da parte di un soggetto che pure non è nuovo alla res politica.
In ultimo, l’aspetto più bieco, dopo le vite ingiustamente spezzate si intende, della faccenda: progressisti, «democratici», terzisti di varia specie e natura, «dialogatori permanenti» hanno immediatamente fatto falange politica attorno alla amministrazione meneghina, sostenendo a spada tratta la tesi in assoluto più pericolosa e deleteria che si possa immaginare, ovvero che la recrudescenza della criminalità milanese non centra nulla con il radicato senso di impunità che il delinquente considera ormai dato acquisito grazie ad una distorta e discorsiva politica di pubblica sicurezza, ma, attenzione, è da relazionarsi in via esclusiva con la crisi economica.
Signori, chapeau! Siamo tornati in pieni anni ’70, alla logica perversa dei PACS di Cesare Battisti, alla sociologia d’accatto che, pur sprovvista di qualsivoglia elemento anche solo blandamente scientifico, ha prodotto danni spaventosi.
Postulare l’assioma in base al quale criminalità e crisi vanno a braccetto significa altresì postulare che esiste una sorta di nebulosa e rarefatta «responsabilità collettiva» ascrivibile alla società in riferimento alla delinquenza e che, al contempo, non può esistere, non ha proprio luogo d’essere, una netta responsabilità personale, come codice penale sancisce e comanda. Siamo all’alba di un nuovo giustificazionismo, di una nuova apologia del delinquente che, coniugata all’appeasment sornione di una amministrazione incompetente rischia di cambiare completamente faccia a Milano, in peggio e per lungo, lunghissimo tempo…
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